Perché andiamo al cinema?

Lo schermo visivo come area transizionale

Nato a cavallo tra il 1800 e il 1900, il cinema ha fin da subito destato l’attenzione della psicologia, che dal suo campo di interesse scientifico, ha cercato di osservare e comprendere quali processi mentali, quale emozioni si attivassero nello spettatore quando guardava un film, anche allo scopo di indirizzare e suggerire quali vedere (e quali no) in relazione all’effetto che essi potevano avere sull’immaginario, sulla psiche o anche sul comportamento.  

Già tra il 1915 e il 1917 infatti, dopo i successi delle prime proiezioni cinematografiche, il filosofo e psicologo tedesco Hugo Munsterberg, ricercatore alla Harvard University, pubblica una serie di articoli sul tema, che verranno successivamente raccolti nel volume The photoplay. A psychological study.  Nel lavoro Why we go to the movie, appunto, del 1915 definisce il film una nuova forma d’arte,  un nuovo modo di rappresentare la realtà ma anche, attraverso le specifiche tecniche cinematografiche, per imitazione, i processi psichici di memoria, attenzione e immaginazione, riuscendo così a muovere nello spettatore sensazioni ed emozioni. Sarebbero tre per Munsterberg le motivazioni per cui andiamo al cinema:

 Ci sentiamo rispecchiati- Quando guardiamo un film, attraverso le suggestioni di quella storia che sollecitano la memoria, la fantasia e le emozioni, lo spettatore percepisce un sentimento di condivisione (oggi diremmo di rispecchiamento) perché sente che quei piaceri e quelle sofferenze del film parlano di lui. 

Possiamo essere creativi – Siamo consapevoli che quello che avviene sullo schermo non è reale e che siamo di fronte ad un movimento apparente creato dalla nostra mente attraverso i nostri meccanismi mentali e grazie alla nostra interpretazione soggettiva.

Il godimento estetico – Infine, proprio come per le opere d’arte, proviamo un piacere che deriva da un vero e proprio godimento e appagamento estetico.   

Interessante rilevare che, già nel 1917 Munsterberg introduce la questione etica ed educativa, con l’articolo Il pericolo per l’infanzia al cinema ponendo l’attenzione sui contenuti del film e su come questi possano avere un’influenza sui bambini, suggerendo una scelta attenta del materiale da far visionare, per un uso educativo e sociale del cinema. 

Ma sarà con la psicoanalisi, che nasce proprio in quegli anni, che lo scambio sarà più fecondo.  Freud per la verità non si è mai occupato di questa forma di espressione della creatività umana, ma nei suoi saggi sull’arte e la letteratura, analizza l’effetto che hanno su di noi le opere d’arte, la cui comprensione non può essere puramente intellettuale, ma “occorre che affiori in noi la situazione affettiva, la costellazione psichica che ha dato all’artista l’incentivo alla creazione”. E indica nel paragrafo L’interesse estetico della psicoanalisi, come l’osservazione psicoanalitica “riconosce anche nell’esercizio dell’arte un’attività che si propone di temperare i desideri irrisolti” e “un regno intermedio tra la realtà che frustra i desideri e il mondo della fantasia che li appaga”.  

Arte dunque come parziale appagamento di desiderio, regno intermedio tra reale e fantasia. Forse questa analisi sull’estetica può essere, con una certa forzatura, riferita anche al cinema, e al film come forma d’arte. Certamente l’influenza che ha avuto la psicoanalisi sulla produzione cinematografica successiva è evidente, in un continuo gioco di riflessi nel quale il cinema del Novecento assorbirà tutta la tematica legata alla nuova rappresentazione della natura umana, internamente in conflitto e in dialogo tra parti di sé, tra inconscio e coscienza, e il sogno come area intermedia di parziale soddisfacimento.

“Film come sogni, film come musica. Nessuna forma d’arte passa la nostra coscienza come il cinema, che va diretto alle nostre sensazioni, fino nel profondo, nelle stanze scure della nostra anima” dirà Ingmar Bergman. 

E che il film abbia l’attributo del sogno lo dirà anche Edgar Morin, filosofo e sociologo francese che si è interessato di epistemologia e di estetica, nel suo “Il cinema o l’uomo immaginario”, del 1956. Per Morin già la seduta cinematografica rivela caratteri para-ipnotici, grazie all’oscurità, al fascino stregato dell’immagine, al rilassamento comodo, alla passività e all’impotenza fisica.  Ma è uno spettacolo, ancora una volta, che è insieme allucinazione o visione onirica e percezione. Rispetto al sogno, dunque “il cinema è un complesso di irrealtà e di realtà; esso determina una condizione mista, a cavallo fra a veglia e il sogno”. E l’immagine a cui lo spettatore assiste è imbevuta di potenze soggettive, di una ricostruzione soggettiva, che la trasformano in immaginario soggettivo e che determinano quello che egli chiama la potenza della partecipazione. 

Sulla scia delle recenti ricerche delle neuroscienze sui neuroni-specchio, di questa stessa partecipazione, o immedesimazione o empatia, tratta il volume “Lo schermo empatico” (2015), di Vittorio Gallese, neuroscienziato, che di quelle ricerche è stato uno dei protagonisti, e Michele Guerra, docente di Teoria del Cinema all’università di Parma. Lo studio applica il concetto di simulazione incarnata alla comprensione dei meccanismi di ricezione, fruizione e della specificità estetica dei film, in una esaustiva analisi che parte dai meccanismi della percezione ed arriva a descrivere come le sceneggiature ma anche i movimenti della macchina da presa, sollecitino stati d’animo, emozioni e consentano allo spettatore di proiettare il proprio mondo interno e allo stesso tempo vivere su di sé l’esperienza dei protagonisti, in un vero e proprio scambio  intersoggettivo. Nel capitolo conclusivo Gallese e Guerra non possono non porsi la questione relativa alla trasformazione dell’esperienza del film in seguito all’avvento del digitale e delle nuove forme di “medialità” correlate ad esso, e di chiedersi come si modificheranno la fruizione e le pratiche di consumo apportate dalle nuove tecnologie digitali. 

Ecco, in qualche modo raccogliendo questa eredità, si attiva la nostra riflessione. In un’attualità nella quale gli schermi si sono moltiplicati, sono diventati sempre più privati, più piccoli, più interattivi, e i film hanno dilatato il loro tempo come accade nelle serie tv, pensiamo ci sia bisogno di uno spazio ulteriore di approfondimento. Per questo il nostro blog ospiterà articoli, recensioni e collaborazioni di psicoanalisti, psicoterapeuti dell’età evolutiva, neuropsichiatri, per utilizzare film, serie tv, giochi virtuali, come metafore visive che ci diano un altro sguardo sull’analisi della realtà intrapsichica e inter-relazionale, e anche per contribuire ad una più ampia comprensione dei fenomeni relativi a tali molteplici nuovi schermi. 

Buona visione!

Per approfondimenti:
- FREUD, S., (1913) L’interesse per la psicoanalisi, OSF7
- FREUD, S., (1913) Il Mosè di Michelangelo, OSF7
- GALLESE, V., GUERRA, M.,(2015) Lo schermo empatico. Raffaello Cortina Editore
- MORIN, E., (1956) Il cinema o l’uomo immaginario. Edizione italiana Raffaelo Cortina Editore
- MÜNSTERBERG, H., (1916) FILM – Uno studio psicologico e altri scritti. Edizione italiana Bulzoni

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