Pensieri sparsi su “ Memorie di un assassino”

di Barbara Amabili

“Memories of Murder” regia di Bong Joon-ho, Corea del Sud, 20003.
(Uscito in Italia nel febbraio 2020) 

Il film si apre con una scena in aperta campagna, lo spettatore viene catapultato in una realtà che si muove tra uno spazio allargato e uno spazio angusto dove giace, tra le formiche che si affannano sul suo cadavere, una giovane donna. All’interno di un tubo in cemento poggiato nel solco fra la strada e il campo, si affaccia il viso largo e sudato dell’uomo della legge che esplora con lo sguardo l’asfittico nascondiglio. Epifania della scena di morte è il vasetto di vetro, ospite di grilli esanimi, tenuto in mano da un bambino alla ricerca di altri insetti da catturare. Ne aggiunge  ancora uno che rapisce alla libertà.
Il primo piano della preda bloccata fra le dita riaffiora nel primo piano della mano premuta con forza dal serial killer, mai arrestato, sulla bocca dell’ultima ragazza uccisa. Scena, anche questa, che irrompe e scuote lo spettatore: gli occhi terrorizzati dell’adolescente racchiudono gli orrori ai quali il film espone. Ritmi ansimanti, disgusto, dolore per le atroci ingiustizie a cui si partecipa vengono lambiti, questa la meraviglia, da un velo poetico che si solleva, sparisce e ritorna, in andamenti oscillatori che provano a rischiarare colori sempre cupi. Tinte scure lasciano il campo ad una luce non più fioca alla fine del film. Sono passati anni, altri bambini solcano lo stesso campo con retini cattura-insetti tenuti verso l’alto come lance, come a riproporre la ciclicità della vita e la possibile sottrazione della stessa.
Si impone sulle scorribande dell’efferatezza la curiosità di una bambina che, serena, rovescia nell’opposto la distanza che il tempo ha segnato tra l’orrore e l’accettazione del delitto insoluto.
Inconsapevole testimone, svela che l’assassino è ancora in vita: quasi venti anni dopo. Lo ha incontrato nello stesso esatto luogo del nascondiglio del cadavere qualche giorno prima. Sollecitato dalle ingenue domande circa l’osservare nel cunicolo sottostante l’uomo le ha risposto, racconta lei, che molti anni prima era stato lì per un fatto che lo riguardava. E’ allo stesso ispettore della scena iniziale, divenuto intanto un piccolo imprenditore, quel giorno in transito per consegne sulla stessa strada del delitto, che l’ignara ragazzina svela il segreto. Per la bambina, curiosi e strani sono entrambi gli adulti che dedicano attenzione ad un insignificante tubo di cemento. Per lo spettatore, disorientante, curioso e strano, è trovarsi nella condizione imposta dell’accettare in simultanea: la rivelazione scioccante, la sconfitta delle indagini, l’intollerabile senso di fallimento che conduce all’abbandono della propria identità professionale, l’assassino ancora libero e il dialogo tra l’ingenuità della bambina e la mostruosità dell’umano, da lei percepito come “normale!”.
Tra la parte iniziale e quella finale del film si muove la polizia, animata da figuri che  indagano, imbrogliano, picchiano per estorcere la verità agli ultimi degli ultimi: indifendibili, se non intervenisse il caso. Caso che riabilita entrambi i sospettati fatti colpevoli: in cerca di un luogo segreto l’uno, in cerca di calore umano l’altro. E’ alla ingenuità di un ragazzo, considerato lo scemo del villaggio, che il regista consegna il sacrificio. Il suo ritardo mentale e il suo corpo un po’ sbilenco, con guancia deturpata e dita palmate, lo mettono nella condizione di divenire preda facile. Torturato, confesserà un delitto non suo, di cui ne è stato muto testimone. Muto resterà per sempre maciullato da un treno in corsa mentre scappa dalla polizia che lo insegue, in colpevole ritardo assolutorio, per ottenere una ricostruzione condivisa della scena criminale a cui ha assistito. 
Straziante è lo svincolo che l’uomo oppone, nella scena precedente, alla stretta di una legge che  vagola nel vuoto ansiosa di porre fine al sostare estenuante nell’assenza di verità e giustizia. Struggente la corsa verso il padre che, tra le fila dei curiosi accorsi per il sopralluogo con ‘l’autore del delitto’, si affanna nel rintracciare  il figlio. Urlano e lottano entrambi, per individuarsi e riabbracciarsi,  permettendo allo spettatore l’incontro con la potenza del legame affettivo e con l’abominio della sopraffazione dello stesso  che rende muta, negli umani, l’umanità. 
Chi assiste al film prova disorientamento, sorpresa, tradimento, tenerezza. Spaesa riuscire a provare persino un soffio di pena per la morte del poliziotto torturatore a cui il tetano ha aggredito la gamba con cui copriva di calci gli arrestati: “era come un fratello per me!” dirà il suo complice, protagonista del film. Meno ultimi, ma ultimi anch’essi. 
La polizia violenta dovrà confrontarsi con il nuovo venuto, più istruito e più alto in grado, che cercherà, lontano dall’agire forte e confuso, la fonte del possibile svelamento dell’enigma lasciando una mescolanza di invidia e ammirazione nei sottoposti.
La perversione ammanta la serialità del delitto: la musica, il colore rosso, la pioggia, il canale vaginale intruso da oggetti muovono corde emozionali profonde. Aiutato dall’intuizione di una collega, l’ispettore laureato si mette sulle tracce del potenziale reo. Certo della sua colpevolezza finalmente lo rincorrerà fino allo stremo, a sua volta rincorso dal collega, poi piccolo imprenditore, che porta con se la prova del  DNA in una busta, salvo poi accorgersi, una volta aperta, che non corrisponde a quello del braccato.  Qui, di nuovo sui binari, il poliziotto violento diviene quello che trattiene il superiore dal divenire egli stesso un assassino. La frustrazione capovolge l’indole del giusto al quale sfuma la ormai vicina  risoluzione del delitto. L’istintualità lo travolge: spara verso l’ammanettato, già pestato, che sta scappando. Il poliziotto abbassa disperatamente la mano del superiore, i proiettili deviati non colpiscono l’uomo che però cade intanto a terra. Ma lo spettatore lo crede morto e all’infinita pietà segue il sollievo e lo stupore per la ripresa della sua corsa incerta verso la libertà, verso la vita nel buio della galleria. E’ un sollievo che lascia però in sospeso il dubbio.
La verità non si scopre, dell’assassino nessuna traccia: solo la bambina, libera dal sospetto, ne rivela l’incontro.
La lettura complicata dei titoli di coda lascia alle prese con l’universalità della lingua dell’arte. 
Il villaggio rurale sudcoreano potrebbe essere un qualsiasi altro quartiere attraversato dallo stesso tessuto sociale e dagli stessi accadimenti e il film conduce lo spettatore recalcitrante ad abitarvi comunque e a lasciarsi trafiggere dal raccapriccio, dalla pena, dal sentire. Nelle due ore del film si concentrano ampie oscillazioni emozionali lasciando alla fine, verso l’uscita dalla sala, la sensazione di una andatura lenta, come si fosse ancora rapiti e sospesi nei tumulti vorticosi della narrazione.
E’ un bel film, l’esserne presi dentro o il dis-toglierne lo sguardo produce un sostare e un viaggiare tra atrocità ed ingenuità,  tra azione e sogno, tra amore e odio: legami con il dolore di esistenze sofferte. 

Immagine tratta dal film di Bong Joon-ho Memorie di un assassino - Memories of Murder

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