a cura di Patrizia Formicola
La direttiva promossa in questi giorni dal ministro dell’Istruzione Valditara e dal ministro dell’Interno Piantedosi sull’introduzione del metal detector nelle scuole, emanata a seguito dell’omicidio di uno studente diciassettenne avvenuto proprio in una scuola di La Spezia da parte di un coetaneo, richiama il tema della prevenzione e della sicurezza negli istituti scolastici. In prima istanza, essa può apparire una misura adeguata: di fronte ad un episodio di cronaca così grave, l’opinione pubblica e le istituzioni chiedono risposte e la politica non si fa attendere: a mali estremi, estremi rimedi. L’ordine costituito è subito ripristinato e l’intera comunità scolastica è messa in sicurezza.
Ad una riflessione più attenta, però, l’impostazione che emerge da queste direttive può apparire fondata su una logica contenitiva e securitaria, che rischia di ridurre la prevenzione a una risposta difensiva ed emergenziale, trascurando, di fatto, la dimensione relazionale che appartiene specificamente all’istituzione scolastica e che, proprio per tale ragione, può essere teatro del disagio adolescenziale. Infatti, abbiamo appreso dai giornali e dal web, che i segnali di malessere del giovane omicida erano già presenti e conosciuti nella comunità scolastica: il gruppo dei pari e alcuni docenti sembravano consapevoli di una sofferenza che, però, non ha trovato un contenimento istituzionale adeguato. Le proteste degli alunni e la loro rabbia a cui tutti abbiamo assistito nei giorni successivi al grave episodio, sembrano esprimere una cocente delusione e senso di impotenza, evidenziando una criticità strutturale del sistema-scuola che spesso è privo di strumenti e figure professionali in grado di intercettare, elaborare e trasformare il disagio prima che esso si cristallizzi in agiti violenti. Come comunità educante, allora, siamo sicuri che il metal detector sia la risposta giusta? La scuola come spazio sorvegliato, non incrementa forse vissuti persecutori e dinamiche di scissione tra studenti e istituzione? E un clima relazionale così connotato, può promuovere veramente processi di crescita emotiva, simbolizzazione e cura?
A proposito di risposte politiche, la mente inevitabilmente corre al progetto di legge sullo Psicologo Scolastico e all’educazione all’affettività, entrambe oggetto di polemiche divisive e improduttive.
Lo psicologo scolastico come professionista della vita psichica, infatti, è formato per lavorare nei contesti istituzionali specifici perché è in grado di leggere la scuola come campo intersoggettivo complesso, sostenendo processi di prevenzione primaria, di educazione all’affettività e di gestione dei conflitti nel piccolo e nel grande gruppo. Gli scontri politici, quindi, che hanno investito nei mesi scorsi il disegno di legge che ne avrebbe regolamentato il suo inserimento nelle scuole, sembra mettere in luce più una preoccupazione di tipo ideologico che reale. La sua funzione, infatti, non è sostitutiva della famiglia o del ruolo educativo dei docenti, ma complementare e specifica, orientata alla costruzione di modelli di intervento continuativi nel tempo.
Infine, dal punto di vista della psicoanalisi delle istituzioni, viene da dire che la scelta di soluzioni esclusivamente securitarie rischia di riflettere una difficoltà collettiva a tollerare l’angoscia e il conflitto, oscillando tra rigidità difensive e confini educativi sempre più liquidi. Una prevenzione autentica richiede invece un investimento sul clima relazionale e sulla funzione di contenimento simbolico dell’istituzione scolastica.
Solo attraverso la presenza strutturale di professionisti formati al lavoro con le istituzioni e con un’adeguata teoria della mente, è possibile promuovere una scuola capace di prendersi cura dei propri processi emotivi e relazionali, offrendo a studenti, docenti, famiglie e dirigenti scolastici uno spazio di pensabilità condivisa, condizione essenziale, questa sì, per una reale prevenzione della violenza agita e per quei processi di simbolizzazione che sono alla base degli apprendimenti, le cui radici affondano nel piacere partecipato della vita scolastica.
PAROLE CHIAVE: prevenzione e sicurezza, educazione all’affettività, ambiente costrittivo/contenitivo, psicologo scolastico, campo intersoggettivo complesso.







