La smarginatura: elogio del limite

Study for a Portrait 1952 Francis Bacon 1909-1992 Bequeathed by Simon Sainsbury 2006, accessioned 2008 http://www.tate.org.uk/art/work/T12616

Mi è improvvisamente tornato alla mente questo termine, coniato da Elena Ferrante nella sua quadrilogia de “l’amica geniale” come un aiuto per mettere in parole la potente sensazione di straniamento, di perdita degli abituali riferimenti che contribuiscono a strutturare il ĺnostro senso di realtà. Nel libro il termine si riferisce ad una costante tensione, nel personaggio di Lila, tra ricerca di una forma identitaria, che le conferisca una “solida consistenza” e la sottragga alla violenza e al predominio maschile del rione in cui è cresciuta, e il ripudio di essa perché ad un certo punto sentita come insufficiente e in definitiva fallace nel metterla al riparo dalla consapevolezza della fragilità, del non senso dell’esistenza umana. Una tensione, se vogliamo tra Eros e Thanatos, costruzione e decostruzione, che ad un certo livello ci riguarda tutti.
Questa sensazione di “rottura della cornice” sembra essere in relazione a violente emozioni che attraversano la protagonista, traendo origine dall’interno, dalla percezione di un limite claustrofobico all’espressione del sé e del proprio idioma femminile, o dall’esterno in risposta agli urti dell’ambiente. L’effetto è appunto uno straniamento, una confusione tra dentro e fuori, un riaffiorare di angosce profonde, una acuta consapevolezza della precarietà dei nostri strumenti di costruzione e di lettura della realtà, baluardi del nostro Narcisismo. Certo quella di Lila è una personalità fragile, segnata dalla violenza e dalla sfiducia nel prossimo, che la fa precipitare nel caos, mentre più salda appare la fiducia di Elena nell’aggrapparsi al Pensiero, alla cultura come unico riscatto possibile.
Ritornando ai giorni del Coronavirus, l’irruzione di questo invisibile nemico, ha messo prepotentemente sotto scacco l’idea della nostra invulnerabilità, coltivata grazie ai progressi della medicina e delle scienze, frantumando la sensazione di poter controllare e dirigere le nostre vite, mandando in crisi una concezione dell’esistenza basata sul protagonismo di individui e Nazioni, sul profitto e sul consumo ad ogni costo, sulla noncuranza di quel bene comune che è il nostro Pianeta.
Il mondo di prima si è letteralmente ” smaterializzato” e siamo come stati proiettati in una delle serie tv che allietano le nostre serate, saturando il bisogno di non percepire mai un vuoto, uno iato in cui possano inserirsi pensieri potenzialmente foschi. Nelle nostra realtà ” provvisorie ” della clausura domestica viviamo strane routine, in parte ricalcate su quelle abituali in parte drammaticamente trasformate dalla onnipresenza del virtuale che se da un lato, fortunatamente ci consente una forma di connessione, dall’altro ci priva della presenza concreta degli altri, fatta di molteplici segnali non verbali, emotivi, corporei, che ci consentono una forma di sintonizzazione di base,
a mio parere, non sostituibile perché parte della nostra storia evolutiva e fonte di benessere quando si realizza in modo compiuto. Ed ecco che ci sentiamo a disagio nel l’intervenire nelle video conferenze, come privati di una attrezzatura di base che accompagni la comunicazione usuale, confusi per l’irruzione nel nostro ambiente domestico di una realtà normalmente esterna, privati di uno spazio/ tempo di transizione dall’uno all’altra e di ritmi che lo scandiscano, intrappolati nell’attesa, incapaci di immaginare un futuro. A che porterà tutto ciò? Non è dato saperlo in anticipo però credo che forse è importante interrogarsi sul fatto che ci stiamo scontrando con i limiti del mondo che abbia- mo costruito. 

La odierna società “liquida”, basata sul Narcisismo e sull’utilizzo sfrenato di beni e tecnologie, sembra infatti aver allontanato l’idea del limite favorendo un sentimento onnipotente di autosufficienza dalla natura e dagli altri.
Il limite è stato dislocato in un altrove spazio temporale negli anziani, negli extracomunitari, nel “nemico” che complotta, nel nostro passato e ora minaccia di irrompere ricordandoci la nostra Hilflosigkeit, termine con cui Freud si riferisce alla condizione di inermità dell’essere umano, quando viene al mondo. Questa se rappresenta uno svantaggio rispetto ad altre specie animali più equipaggiate dall’istinto già alla nascita, d’altro canto rende conto dell’enorme potenziale di apprendimento dell’essere umano. Da un lato siamo latori di bisogni che richiedono l’apporto dell’ambiente per essere soddisfatti, come gli animali, dall’altro siamo in grado di tollerare e di rappresentarci questa condizione di “mancanza”, grazie alle tracce mnestiche delle prime esperienze, che si verificano “per appoggio” alla soddisfazione dei bisogni. Esse infatti consentono la messa in moto di un registro immaginativo per iniziare a colmare lo iato tra bisogno e soddisfacimento, registro che si arricchirà per includere la rappresentazione verbale, che sostanzierà il pensiero e la progettazione di azioni adeguate a sopperire alla “mancanza”. Il principio di realtà soppianterà quello del mero piacere/soddisfacimento garantendo un migliore adattamento.
Per Freud quindi è la frustrazione, l’attesa del seno, di un piacere sperimentato (in misura diversa e con modalità idiosincratiche) all’interno di una relazione asimmetrica e il desiderio di ritrovarlo, che mette in moto l’attività immaginativa e, gradualmente, la comparsa del pensiero. Lo stesso concetto è ripreso da Bion che parla della congiunzione di una “preconcezione” (l’attesa dell’oggetto della soddisfazione) e di una “realizzazione negativa” (ovvero del “non seno”) come di un elemento problematico capace di attivare il pensiero. Anche per questo autore deve esserci stata una iniziale esperienza positiva che ha condotto alla “realizzazione” ovvero ad una traccia mnestica sensoriale della esperienza di soddisfazione e del ben-essere (reveriê materna/funzione alfa) che l’accompagna.
Per Winnicott, infine, infante e ambiente costituiscono inizialmente una unità indissolubile, che garantisce al bambino l’illusione di un perfetto adeguamento tra i suoi strumenti espressivi (gesto spontaneo) e la risposta sintonica del mondo. Ciò consente gradualmente l’investimento di un’ area intermedia, tra sè e altro, in cui oggetti di propria creazione possono sostituire quello originario fungendo da rappresentanti simbolici di esso. 

Il ” limite” imposto dalle condizioni del reale costituisce quindi, sin dagli esordi della vita, un ostacolo, un prezzo da pagare, ma anche un potente catalizzatore della motivazione e del desidero che muovono la costruzione di senso dell’esistenza umana. Ad esso si contrappongono forze contrarie e potenti che sono state descritte in vario modo dagli autori (pulsione di morte, invidia primaria, componente “spietata” dell’amore), forze distruttive che a volte possono manifestarsi in modo estremo negli individui e nei gruppi. Importante citare, nella costruzione della nostra cornice identitaria anche il Complesso Edipico, con la sua funzione di divieto che istituisce i confini tra i sessi e tra le generazioni, contribuendo ad arricchire la prospettiva del bambino con il confronto con la figura di un terzo, il padre, che lo esclude dal piacere esclusivo precedentemente sperimentato con la madre, aiutandolo a volgersi verso oggetti simbolici e culturali.
Non possiamo fare a meno del limite nel nostro percorso di costituzione come esseri umani.
L’accettazione del limite tuttavia è un elemento difficile da accogliere, specialmente quando le condizioni iniziali della vita sono avverse e anche in seguito quando la percezione di esso mette in crisi la nostra identità. Per tutta la vita oscilliamo tra la tentazione di espellerlo dall’esperienza (posizione schizoparanoide) e la consapevolezza (depressiva) di esso.
A mio parere solo accogliendolo possiamo diventare pienamente umani e riconoscere all’altro, attraverso un atteggiamento di preoccupazione responsabile, il ruolo che gli spetta, senza cadere nella tentazione dell’onnipotenza. Solo riconoscendo, a livello individuale e collettivo, il debito verso chi ci ha preceduto, il bisogno costante del confronto arricchente con i nostri compagni di viaggio ed il fatto che inevitabilmente dovremo passare il testimone ad altri, potremo progettare un mondo diverso e questo periodo drammatico potrà veramente diventare l’opportunità per una seria riflessione che sia preambolo di una ” scancellatura” e una “riscrittura” in forme nuove e auspicabilmente migliori. 

Immagine: F. Bacon "Study for a portrait" 1952 (Tate Gallery)

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