La ricerca del Limen: i limiti come soglia durante l’esilio pandemico

Riflessioni e cenni di clinica psicoanalitica

In questo stato di calma apparente, di silenzio spettrale fuori e tumultuoso tormento dentro, solo oggi riesco a scrivere, sebbene non so quanto nell’immediato si possa riuscire davvero a pensare, a produrre pensieri pensati. Credo che nel ‘qui ed ora’ possano emergere segmenti semi-grezzi di emozioni sfocate in via di trasformazione, nella consapevolezza che occorrerà molto tempo per poter elaborare a posteriori, in après coup, il “colpo”/trauma a cui siamo sottoposti. Ricalco le parole di Freud nel dire che “ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile, quando appare realmente ai nostri occhi qualcosa che fino a quel momento avevamo considerato fantastico”: è forse anche questa, in parte, la condizione di straniamento che siamo oggi chiamati a vivere.  

Eppure la mente lavora e cerca quasi disperatamente e prepotentemente spiragli, aperture in questo stato di chiusura e pressione che ci riguarda tutti. La psiche come in un flusso perenne, continua a compiere il suo lavorìo, cerca canali e rotte da percorrere, forse per liberarsi dalla paura, dallo schiacciamento, dall’appiattimento. La mia scrittura che anelavo da giorni ma stentava ad arrivare, vuole essere un timido tentativo di tridimensionalizzare una condizione che a tratti appare unidimensionale,  piatta, nebulosa, indicibile. Siamo dentro, siamo chiusi, ma forse aperti più che mai al dialogo con le nostre parti più nascoste, aperti all’immaginazione, sebbene interrotta da ondate di ottundimento, di terrore, di angoscia di morte. E’ proprio a partire da ciò che mi sono sopraggiunti alla memoria i concetti di limes e di limenLimes significa linea di confine e sta ad indicare una frontiera fortificata, rinviando ad una dimensione militare; dal punto di vista culturale il limes assume il significato di limite da non superare, nel senso di chiusura difensiva rispetto ad un mondo altro, considerato estraneo e ostile. Ad esso si contrappone il termine limen, che significa invece confine come soglia, e in senso figurato inizio, principio: è la soglia che consente il passaggio. Di qui l’anelito a vivere i confini, le restrizioni e i limiti di tale fase pandemica come spazio-soglia,  atto a garantire il “passaggio verso” nuove aree e potenzialità, interne ed esterne, configurandosi come possibile pre-condizione di rapporto, incontro, scambio e scoperta creativa. 

Credo che tutti più che mai oggi ci stiamo chiedendo chi siamo, e non soltanto cosa accadrà nel futuro, ma quale è stato il nostro passo fino ad oggi, quale il nostro ritmo, quale la nostra andatura, che corpo abbiamo indossato, se lo abbiamo sentito nostro o abbiamo ingurgitato qualcosa di alieno, un corpo  intessuto di quali affetti e quali sentimenti, e come l’abbiamo legato ad altri, intrecciato agli altri esseri umani come noi. Si succedono a valanga interrogativi sui legami, sulle relazioni, sui confini, sul dentro e fuori, sul nostro dentro e il nostro fuori, sul nostro estraneo che ci portiamo dentro, come perturbante/familiare rimosso che ritorna (Freud), ma anche come nuovo da poter scoprire e sondare. Potremmo provare a narrare il nostro presente per renderlo raccontabile e generativo di futuro. Tra sconcerto, smarrimento e disorientamento proviamo faticosamente a restare vivi e a generare pensieri creativi e vividi.  Si sente da più parti “adesso abbiamo tempo”: credo che questo sia un tempo forzato, mancante di capacità di scelta e libertà, in uno scenario che ottunde, occulta e a tratti rende inerte il pensiero, divorato da affetti troppo forti e assoluti, affetti scissi, inglobanti e ancora indigeribili. Eppure questo è il nostro tempo oggi, un tempo esiliato, escluso, confuso, ma pur sempre un tempo che inevitabilmente stiamo in vario modo usando. Siamo gettati in una dimensione sospesa, remota, forse costretti ad imparare ad apprendere il nostro tempo, e a scovare nella nostra memoria. 

Ci abita una continua oscillazione tra speranza e catastrofe, tra “volare liberi” e sentirsi impotenti e intrappolati.  Siamo saliti su un’insolita “giostra di emozioni” che passano attraverso rabbia, paura, sconcerto, impotenza, terrore per la vita dei nostri cari, quelli più fragili e quelli che sono in trincea tutti i giorni e che soli potranno forse un giorno raccontare scenari per noi ancora inimmaginabili. Ma le emozioni attraversano anche picchi di grinta, desiderio e attaccamento alla vita, alla creatività e fluidità del pensiero, alla costruzione, produttività e progettualità, al desiderio dell’Altro, costretto a transitare, in un continuo andirivieni, dal ruolo di persecutore, untore da evitare e allontanare, a presenza carnale e calorosa, indispensabile per la nostra sopravvivenza. Forse siamo di fronte ad un momento di straordinaria “apertura dentro”, anche per questo siamo smarriti, costretti a tuffarci in un dentro assoluto mentre il fuori perde consistenza, si smargina, rivelando la sua inquietante precarietà. Siamo chiamati a confrontarci con le nostre istanze interne, a convocare i nostri oggetti interni più che mai, testando quanto sono vivi e quanto possiamo attingervi o vivificarli. Ci chiediamo se riusciamo a conservare e coltivare fiducia, speranza, e a tenere dentro e custodire il nostro futuro. Se il presente non è raccontabile non ha futuro ed oggi non riusciamo a capire cosa succede, a raccontarci quello che stiamo vivendo: dobbiamo provare a pensarlo e raccontarlo, anche se colmo di falle e buchi, per garantirgli l’esistenza di un futuro. 

Tutti distanti nel senso della misura fisica ma vicini nei sentimenti, seduti gli uni accanto agli altri su questa stessa giostra, che tra salite vorticose e discese dirompenti e inaspettate, ci catapulta a testa in giù, lasciandoci inermi ad osservare un mondo alla rovescia, con i nostri psiche-soma disarticolati, scompattati, confusi e sospesi. Cerchiamo disperatamente un ritmo, una illusione di continuità in questa inattesa e dolorosa frattura della nostra continuità dell’essere e del nostro Sè, proviamo a tenere insieme i pezzi, ad incollarli ogni giorno non senza fatica, e proviamo ad interrogarci su quale era ed è stato fin qui il nostro ritmo, nella speranza di costruirne uno nuovo quando saremo fuori da quest’incubo. Il ritmo è quello del nostro corpo insieme agli altri corpi, è la magia del risuonare insieme, anche nei desideri, nei pensieri, nelle idee, è quello del nostro stare al mondo insieme ad altri essere umani, è la natura e l’intensità del nostro desiderio. Il desiderio è sempre dell’Altro fuori, di ciò che non posso avere e se lo possiedo non è più desiderio, è quella tensione che ci rende vivi, anelare quell’altro da sé che non siamo mai stati e che vorremmo essere, anelito alla scoperta, al non ancora vissuto ma che è di là da venire. Forse è proprio in questo tempo che proviamo a sviluppare il desiderio: leggere libri per rispecchiarci nell’esperienza di altri, presenti e passati, e anelare un vissuto che non è il nostro ma che ci tocca e potrebbe diventarlo; cucinare, scrivere, studiare, dipingere e creare, nell’attesa che spunti fuori qualcosa di mai sperimentato, di inedito.

Anche sostare e prestare attenzione ai nostri sogni di queste notti, seguirne la sequenza, può aiutare a contattarci e collocarci; in un tempo che non ci definisce e in uno spazio che non ci colloca, i sogni, come prezioso serbatoio, possono rappresentare un filo conduttore interno, un termometro delle nostre emozioni e parti inconsce, la nostra più importante possibilità elaborativa, una guida che spalanchi le porte a possibili sentieri.

Come psicoanalisti siamo inoltre chiamati a pensare anche per i nostri pazienti, per quelli che non riescono, per quelli che si scompaginano e necessitano doppiamente di contenimento. A tal proposito vorrei condividere alcuni frammenti di esperienze. In primo luogo mi sono trovata ad interrompere la mia frequenza come psicoterapeuta volontaria presso una comunità psichiatrica estensiva ed intensiva. Non ho potuto e non posso osservare gli attuali movimenti dei pazienti che la abitano ma alcuni aspetti osservati all’esordio di tale situazione mi inducono a sostarci iniziando a costruire pensieri: qualche paziente di fronte all’esplosione del virus e alle restrizioni rispetto alle uscite esterne alla comunità è sembrato quasi ricompattarsi, come se la presenza di un oggetto reale angoscioso e persecutorio abbia funto da oggetto/bersaglio contenitore di angosce, placando la propria angoscia psicotica, quella senza oggetto e senza direzione. Per alcuni le misure restrittive hanno funto da contenitore solido e protettivo proprio nella sua rigidità. Eppure le profonde angosce persecutorie e di morte in tanti altri pazienti sembrano invece esacerbarsi con l’esito di scissioni, spacchettamenti e scomposizioni del Sè ancor più prepotenti.

Molti pazienti proiettano su di noi le loro angosce di morte, e hanno bisogno di accertarsi che noi ci siamo e siamo vivi, mostrando particolari e inusuali premure nei nostri confronti.

Significative le reazioni di tanti pazienti in analisi che oscillano tra una negazione maniacale del problema, e la constatazione che, per chi convive con il senso della morte dentro, la morte fuori e quello che ci circonda non spaventa, anzi da loro parte un invito a convivere con il senso della morte, a non fermarsi ma reagire. Le loro riflessioni contengono anche il pensiero che le persone non sappiano soffrire, e che chi ha una malattia cronica da molti anni non possa avere reazioni eccessive di panico. Non appaiono sorpresi da quanto avvenuto e testimoniano un loro attivarsi di più, una risposta reattiva al problema, invocando la necessità di rimanere lucidi su quello che si può fare e non si può fare senza panico. 

Per chi vive costantemente in una condizione di morte psichica il contatto con la morte reale, con la minaccia e l’elemento persecutore reale, può comportare reazioni diversificate, tutte da sondare e approfondire.

Rifletto su quanto, anche in altre occasioni, nei pazienti psicotici che ho avuto in trattamento, l’avvento di una minaccia reale, o di una condizione medica fisica abbia ridotto e talvolta addirittura modificato, anche se transitoriamente, la qualità dell’angoscia, come se avesse avuto una paradossale funzione strutturante. In altri casi ribadisco che il funzionamento persecutorio risulta esacerbato dalla presenza di un nemico reale (in questo caso per di più invisibile, incontrollabile e incontenibile), e con esso i massicci meccanismi di proiezione, scissione, spostamento e identificazione proiettiva, acuendo i sintomi fobici, ossessivo-compulsivi o i deliri paranoidei.

Altri sono i casi di chi non menziona per nulla la problematica pandemica in cui ci troviamo, proseguendo con una sorprendente continuità di contenuto le sedute della propria analisi e toccando, dunque, le profonde e dolorose tematiche intrapsichiche di sempre: in questi casi più che a una  netta reazione di negazione maniacale al problema reale produttore di un impatto troppo forte, penso all’ipotesi dell’essere assorbiti così profondamente e in modo totalizzante dalla propria massiccia sofferenza intrapsichica che si è indotti drasticamente a scotomizzare la realtà esterna, nell’impossibilità di poterla anche solo vedere e riconoscere. 

I casi sono molteplici e diversissimi e credo che questi siano solo accenni di prime rudimentali considerazioni sul tema.

Vorrei infine concludere con le immagini colorate, che mi arrivano in remoto, delle creazioni di bambini, straordinariamente creativi e produttivi in questa fase; le pennellate che ho osservato impresse su una miriade di fogli, mi hanno fornito la dimensione di quanto anche i più piccoli stanno “lavorando dentro” in questo periodo, provando ad amalgamare e processare un complesso e sfaccettato mondo emotivo colorito soprattutto dai toni dell’ansia, della paura e dell’angoscia che invade i propri genitori e familiari e il mondo circostante. Ispiriamoci alla loro creatività e ai colori che ci propongono per provare a dare forma e voce a qualcosa di sconosciuto e ignoto che ci sta permeando. Registriamo la memoria di quello che sta accadendo, in primo luogo di quello che sta accadendo dentro di noi, rendiamolo dicibile e comunicabile benché insaturo e difficilmente reperibile, esprimibile e codificabile: anche se ci sembra rotto, incompleto, inutile, spezzato, soffocato, diciamocelo, affinchè diventi presente vissuto e raccontato e possa indicarci la rotta verso un futuro nuovo perché di certo nulla sarà più come prima.

dr.ssa Lucia Ciampa

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