FONTE: Huffington Post
La pace si fa con il nemico, non con l’estraneo
di Sarantis Thanopulos
Essere nemici non è mai slegato dalla potenziale amicizia, prima o poi ci si rende conto che a lungo andare l’inimicizia (la guerra è un suo effetto regressivo) ha costi enormi materiali, culturali e psichici per vincitori e vinti. La pace, invece, offre vantaggi importantissimi di cui non si può fare a meno.
Non si può capire nulla di ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza se non si esce dall’abuso delle categorie dell’“antisemitismo” e del “sionismo” che le estende in modo da non farle più corrispondere ai fenomeni reali che dovrebbero definire e porta, piuttosto, al loro fraintendimento. È un errore pensare che la nascita di Israele sia il prodotto del sionismo come lo è ritenere che le critiche e le denunce contro la sua politica siano tout court antisemite (in grande parte non lo sono).
La nascita di Israele è il derivato diretto dello sterminio. La comunità internazionale, alla ricerca di una via d’uscita dalla catastrofe, si è appoggiata al sionismo (il movimento di ritorno alla “terra promessa”) per dare una patria agli ebrei. Ha preferito questa soluzione deresponsabilizzante (vagheggiata anche dai nazisti) alla via più difficile e complicata di una reintegrazione piena degli ebrei all’interno dei luoghi della loro vita reale perduti.
Non è stato preso in considerazione il fatto che la Palestina, il luogo del ritorno, era abitata, da più di millennio, soprattutto da arabi musulmani. Il sionismo aveva anime diverse: c’era chi auspicava una convivenza pacifica con i palestinesi, chi contava sulla loro necessaria espulsione, chi non si poneva con chiarezza questa questione. Il massiccio arrivo degli ebrei esiliati ha fatto esplodere il conflitto che è finito con l’espulsione violenta degli arabi da una parte importante del territorio. Da quel momento in poi questa parte del territorio è diventata Israele. Il nome di Palestina è stato destinato alla parte restante. Gli ebrei israeliani e i palestinesi sono diventati nemici acerrimi. Tuttora lo sono.
È una semplificazione insidiosa equiparare il massacro dei palestinesi a Gaza con lo sterminio degli ebrei. Stabilire gradi di gravità nei crimini contro l’umanità – genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra- in nulla cambia il giudizio nei loro confronti e la necessità assoluta della comunità mondiale di eliminarli dal suo spazio. La differenza sta nella diversa natura dei fenomeni e nella diversa diagnosi della patologia del vivere che la loro presenza tra di noi testimonia.
Lo sterminio degli ebrei è la forma in cui il genocidio ha assunto il suo grado estremo che l’ha reso incompatibile con l’esistenza dell’umano. Il primo elemento che lo caratterizza (già messo in evidenza da Hanna Arendt) è il fatto che la distruzione dell’altro (e della sua prole) deve c dal mondo intero. Il secondo elemento corrisponde al fatto che la morte dell’altro è dettata dalla morte già trionfante dentro di sé: chi uccide è morto internamente. Nella pulizia etnica, il genocidio è limitato nello spazio condiviso con l’altro. Lo sradicamento e l’espulsione dell’altro da questo spazio sono percepiti come condizione necessaria della propria vita. Nei crimini di guerra l’uccisione dell’altro eccede lo scopo della guerra e diventa un obiettivo in sé (anche quando si presenta come dura necessità).
Le diverse declinazioni dei crimini contro l’umanità corrispondono a diversi gradi di disumanizzazione delle nostre relazioni a causa della loro invasione da parte della morte psichica. L’attacco nichilistico di Hamas del 7 ottobre e la risposta intenzionalmente demolitiva del governo israeliano possono essere spiegati da tanti punti di vista (quelli più fallimentari giustificano la risposta con l’attacco e viceversa). Resta il fatto innegabile che hanno reso evidente, nelle intenzioni degli integralisti di entrambe le parti, la perversione del conflitto tra israeliani e palestinesi in uno scontro disumano che può avere come suo unico esito finale l’espulsione di uno dei due popoli.
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