“Immaginate di risvegliarvi in un paese straniero…”

Il coronavirus visto attraverso gli occhi dei bambini e delle bambine

Immaginate di risvegliarvi in un paese straniero. E’ in un luogo lontano, in cui si parla una lingua del tutto sconosciuta o solo parzialmente decifrabile, che io immagino si siano ritrovati i bambini e le bambine all’arrivo del coronavirus nelle nostre vite.

Nel pensarlo, ho in mente una delle prime scene del film “Iron Man”, quella in cui Tony Stark viene ferito e catturato da un commando di guerriglieri afghani. Al suo risveglio, un gruppo di persone lo circonda. Non una delle loro parole è comprensibile, ma i guerriglieri sono armati, il clima appare teso, le frasi indecifrabili sono pronunciate con tono minaccioso… Lo spettatore non sa cosa stia succedendo, ma ha paura e ne ha ancora di più proprio perché non capisce.

Mi sono domandata se questa scena potesse avvicinarmi al vissuto di bambini/e molto piccoli/e, che conoscono il significato di poche parole, ma vedono i loro genitori preoccupati, agitati, commossi. E non capiscono perché.

Mi sono domandata quale potesse essere il vissuto di un/a bambino/a di 5 o 6 anni, che è in grado di comprendere il significato di termini quali “morte”, “cadaveri”, “vittime anziane”, “paura”, “pericolo”… e sa decifrare con maggiore raffinatezza i toni e le espressioni del viso di chi lo circonda. Ho pensato a quello che proverei, se risvegliandomi in un paese straniero io ascoltassi queste parole e nessuno mi aiutasse a contestualizzarle. Penserei al peggio, penserei di dover morire, penserei alla paura di non rivedere i miei cari.

All’aumentare dell’età, il linguaggio straniero diventa più conosciuto, decifrabile… ma può un/a bambino/a o un/a ragazzino/a decifrare da solo/a le emozioni che scaturiscono dalla sua decodifica? Il contenuto è incontenibile, i pensieri schizzano in tutte le direzioni: “Che succede se mi ammalo o se si ammalano i miei genitori?”, “Mio nonno e mia nonna possono morire?”, “Perché mamma continua ad andare al lavoro: ho paura che le succeda qualcosa!”, “Giocherò di nuovo con i miei amici?”, “Andrò al mare, quest’estate, non è vero?!”… Fanno fatica anche gli adulti a pensare questi pensieri. E i bambini e le bambine, spesso, li pensano da soli e da sole.

Ma come facciamo ad accorgerci che sono andati/e così lontano? E come possiamo raggiungerli/e, aiutarli/e a comprendere, contenere le loro paure?
I bambini e le bambine chiedono il nostro aiuto, la nostra vicinanza e la nostra forza in mille modi. Chiedono facendo finta di non aver sentito una notizia terribile al telegiornale. Chiedono invitandoci a giocare quando nei nostri occhi leggono la tristezza e lo smarrimento. Chiedono quando il virus non lo vogliono sentire nemmeno nominare. Chiedono quando piangono a singhiozzi per quelle che a noi sembrano delle sciocchezze, dei pretesti: “Lo fa apposta”, diciamo, ma loro ci stanno solo gridando la loro confusione e la loro angoscia. Chiedono quando non riescono ad addormentarsi se non nel lettone o quando riprendono a fare la pipì nel loro letto. Chiedono quando hanno mal di pancia e anche quando non hanno voglia di fare i compiti. Nonostante prima fossero tanto veloci e motivati/e… ma che senso ha, adesso, per loro?

Io li/e immagino così, in quel paese straniero e spaventoso nel quale dobbiamo cercarli/e per ascoltare le loro parole, toccare le loro emozioni, accompagnare le loro fantasie, comprendere quello che hanno compreso e poi aiutarli a tradurre una realtà che è sconosciuta e imprevedibile, ma nella quale è possibile incontrarsi in un modo nuovo, offrirsi una reciproca comprensione, scoprire parole mai conosciute – crearle, perfino – ed attribuire loro dei significati finalmente condivisi.

Che il paese straniero sia, in fondo, un nuovo posto scovato dentro di noi, un luogo nascosto che non conoscevamo o che, forse, neanche esisteva, prima del coronavirus?
Mi piace pensare che un elemento estraneo e spaventoso possa creare anche delle nuove geografie, dei nuovi linguaggi fra il nostro mondo e quello dell’infanzia, per i nostri figli e le nostre figlie… ma anche per noi.

Articolo tratto dal sito del consultorio AIED dell’Aquila su gentile concessione della dr.ssa Levanti

leggi l’articolo sul sito dell’aied

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