a cura di Giuseppe Laganà
“Principio di ogni opera è la parola,
Prima di ogni azione c’è la riflessione.
Radice di ogni mutamento è il cuore,
da cui derivano quattro scelte:
bene e male, vita e morte,
ma su tutto domina sempre la lingua”
(Siracide 37,16-18)
La necessità stringente
È il tempo di riconsegnare a noi tutti un modo di stare nel tempo, in questo nostro tempo, per provare a pensare pensieri nuovi, trovare parole per risignificare i “luoghi di vita”: famiglia, scuola, gruppi amicali, realtà associative; in questo periodo così pesante ed angosciante, per ridare slancio al nostro vivere insieme, ricostruire quel senso di comunità che ha bisogno dell’incontro tra storie, sensibilità, generazioni diverse.
Siamo pienamente dentro quella che possiamo definire con Paolo Benanti, la “Digital Age, una nuova epoca nella storia dell’uomo in cui a causa del potere della tecnologia sta davvero cambiando tutto ed è bene comprendere quanto si sta trasformando”.
Si sono centuplicate le “tribune” da cui parlare, è aumentato a dismisura il potere di intervenire nel dibattito pubblico grazie alle nuove tecnologie, ai social e allora è urgente cercare di comprendere come gli uomini di questo nostro tempo pensano sè stessi, il bene e il male, la vita e la morte, dentro un’impostazione dialogica che non nega le differenze, e ricerca incessantemente il dialogo nella consapevolezza della potenza della parola; quando saremo in netto disaccordo sui contenuti, facendo riferimento ad un’intuizione di Maurice Bellet, l’importanza di mantenere la relazione sarà il contenuto su cui cercare e trovare un accordo.
Cosa rimane uguale in un mondo in cui si dice che niente è come prima
L’uomo fin dagli inizi è un essere relazionale che, come ricordava Jean Piaget, somiglia a un marziano che deve farsi un’idea di sé stesso e del mondo circostante esplorando tutto a poco a poco con i sensi e con il movimento. Durante il suo sviluppo mai del tutto lineare, accumula esperienze, attraversa situazioni traumatiche più o meno grandi, prova a pensarle e a elaborarle; a stare in modo vitale e creativo dentro quelli che Winnicott ha definito processi maturativi, accompagnato e sostenuto, si spera, dalle persone che si prendono cura di lui, in primis la madre. E se le relazioni sono sufficientemente buone può avere delle buone chances nel creare, inventare, gioire, sbagliare senza cadere nella disperazione, correggere i propri errori, stare nella tempesta con la speranza di uscirne. È indice di buona salute anche annoiarsi, stancarsi, fermarsi, e poi ripartire. O almeno provarci.
E’ cosi da sempre.
Rifuggire dall’ovvio nel descrivere i cambiamenti
Il rischio è altissimo. Non è necessario chissà quale intuito per rilevare l’importanza della tecnologia applicata alle relazioni. Ed è questo, a mio avviso, il nucleo centrale della questione: com’è cambiato e cambierà ancora il modo di entrare in relazione con sé stessi e gli altri, grazie alla tecnologia; quali regole darsi senza rimanere prigionieri di un uso massiccio e pervasivo – perché la tecnologia, tra le sue caratteristiche, ha anche quella della pervasività. Ormai sono tantissime le azioni che compiamo che non possono prescindere dall’uso di un computer o di un cellulare.
Persino il modo di accudire un bambino, in certi momenti, non riesce a fare a meno dell’uso di un oggetto tecnologico: che sia un tablet, o altro. Sappiamo molto bene come anche per gli adolescenti le diverse app siano luoghi e strumenti di cui non poter fare a meno. “Luoghi” e strumenti con cui si costruiscono amicizie, si mettono in atto o si subiscono comportamenti vessatori, in cui ci si può perdere dentro relazioni perverse. Non voglio entrare nella questione “uso sì, uso no” che vede necessariamente una pluralità di posizioni ed opzioni e che rischia di alimentare un dibattito che si preclude la riflessione su un livello più strategico che sta a monte delle situazioni ordinarie che quotidianamente viviamo. Insomma, incorreremmo nel rischio di cadere nel banale e nell’ovvio di cui parlavo in precedenza.
Ciò su cui vorrei orientare l’attenzione è l’importanza del nostro modo soggettivo, di gestire il tempo dentro e fuori la cosiddetta realtà virtuale, tenendo in considerazione l’intrinseca ambivalenza dello strumento tecnologico, che, come tutti gli strumenti, dipende dall’uso che se ne fa.
Ad esempio, costruire relazioni attraverso una chat ha una sua efficacia proprio nel favorire la nascita ed il mantenimento delle relazioni stesse. Nascondersi dietro l’anonimato di un nickname può favorire una serie di condotte aggressive che in altri momenti non verrebbero messe in atto. Si possono inaridire relazioni familiari, assecondando e perpetuando funzionamenti dissociativi.
È notevolmente potenziata la possibilità di mostrare e mostrarsi, fino ad annullare, in alcune circostanze, la distinzione tra vita privata e ruolo pubblico, in una sorta di riedizione in chiave tecnologica del mito di Narciso. E cosa dire dell’esposizione continua a parole ed immagini che hanno la successione di un vero e proprio “bombardamento”! Del potere di “manipolazione” a tutto tondo che pone una serie di questioni etiche.
Ma, nello stesso tempo non dobbiamo e non possiamo dimenticare che grazie ai dispositivi tecnologici, ai social, abbiamo in qualche modo “tenuto botta” durante le chiusure ripetute e prolungate del periodo pandemico.
Infine, anni di riflessioni sull’effetto negativo della tecnologia mandate al macero da un essere infinitesimale che ha seminato morte in tutto il pianeta.
In questo tourbillon che può travolgerci che fine fa, allora, la vita fuori da una connessione?
Che valore hanno il silenzio, il regalarsi uno spazio e un tempo per sé, “technological free”? E quando il proprio inconscio, forse per tutelare noi stessi, favorisce la dimenticanza di un telefonino? Qual è a quel punto la relazione con l’assenza, con il vuoto? Con la noia e la lentezza? Con una grammatica ed una sintassi della comunicazione che può utilizzare scrittura e messaggi audio, video, fotografie, emoticon, che “solletica” il nostro desiderio di entrare o intrudere con disinvoltura nelle vite degli altri, che per la facilità con cui si muovono le dita su una tastiera induce a pensare che ad un nostro messaggio la risposta sia necessaria e rapida. Quante fantasie, addirittura piccole o grandi paranoie su una mancata risposta!
Sono queste le domande e alcune delle considerazioni per favorire il confronto e lo scambio sottolineando un effetto piccolo, ma interessante nel momento in cui teniamo occhi, voce e dita lontani da una tastiera: impedire agli algoritmi, al Potere di qualsiasi tipo e provenienza, di esercitare a tempo pieno quel voyeurismo di cui è straordinariamente capace, mettendo un sassolino in un meccanismo sin troppo perfetto, e così sperimentando quel gusto della sfida, che a volte ci può vedere vincitori come Davide con Golia, non per vagheggiare un impossibile ritorno al passato o una sorta di “ascetismo tecnologico”, ma per recuperare la familiarità con una parte importante del proprio vissuto per la generazione nata nella seconda metà del secolo scorso e per aiutare i millennials a sperimentare con gusto che c’è vita anche oltre e accanto le diverse piattaforme.

In cammino
Non è un punto di partenza, ma la possibile meta di un percorso faticoso, che ha bisogno di passione, tempo, studio, pazienza e di adulti, che per quel che li riguarda, non abdichino dal difficile e complicato ruolo dell’educare, capaci di costruire ponti e non fossati, per ricostruire quel senso di comunità di cui si è accennato all’inizio, contrastando decisamente la lettura spietata che della realtà giovanile hanno dato autorevoli pensatori:
“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità, e non ha alcun rispetto degli anziani. I bambini di oggi sono dei tiranni, non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male ai genitori. In una parola, sono cattivi”
“Non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani. Questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile”.
“Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I ragazzi non ascoltano più i loro genitori. La fine del mondo non può essere lontana”
“Questa gioventù è marcia nel profondo del cuore. I giovani sono maligni e pigri. Non saranno mai come la gioventù di una volta. Quelli di oggi non saranno mai capaci di mantenere la nostra cultura”
(.)
Giudizi duri che non lasciano scampo alla speranza.
C’è un piccolo” particolare da evidenziare: la prima affermazione è di Socrate, 470 a.C, la seconda di Esiodo, 720 a.C; la terza di un sacerdote dell’antico Egitto, 2000 a.C e l’ultima un’incisione su vaso d’argilla nell’antica Babilonia, 3.000 a.C.
E allora…?
NOTA BIBLIOGRAFICA
BENANTI, P.,Digital Age. Teoria del cambio d’epoca. Persona, Famiglia, Società, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano 2020







