Il covid-19 “oltre il pensiero e le parole”: attualità di Winnicott

Ho una formazione filosofica, che ho scelto e poi abbandonato. Soggettivamente, mi sembrava ci fosse troppa “mente”: forse pure troppe parole. Mi sono quindi interessata alla psicoanalisi, nel mio sentire più “corporea” e meno “raziocinante”. E qui, quasi più che al Freud dell’Edipo e delle pulsioni, mi sono appassionata a quel Winnicott che tanto si occupò dell’in-fans, colui “che ancora non parla”, e delle “catastrofi silenti”, precedenti la stessa strutturazione dell’Io. 
     Della mia formazione filosofica mi torna in mente con speciale insistenza, in questi giorni bui, la frase con la quale Ludwig Wittgenstein concluse il suo Tractatus logico-philosophicus, edito nel 1921, ma completato nella scrittura – si noti il luogo e l’anno – a Vienna, 1918. E’ invito lapidario, a chiusura dell’opera, di chi si è posto l’intento, tutto razionalistico, di tracciare i limiti del pensiero e della sua possibilità di espressione verbale. Una sola frase nella quale consiste l’intero, ed ultimo, capitolo 7: “Circa tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. 
      Oggi c’è il covid-19, e ci troviamo tutti, nel profondo, un po’ senza pensieri e senza parole. Chi parla, spesso parla troppo. Virologi e ricercatori esprimono invece – coraggiosamente – i loro tentennamenti, ricordando che sappiamo ancora poco e che la scienza ha tempi lunghi e lenti.  
     Oggi c’è il covid-19 e sembrano essersi sbriciolati, in poco più di un mese, tutti i riferimenti ed i confini sui quali contavamo: non soltanto quelli – geografici – tra le nazioni e persino i continenti. Sono saltati pure riferimenti assai più radicati nella struttura stessa d’ogni individuo: penso, ad esempio, alle coordinate del tempo e dello spazio.
    Viviamo, quanto al tempo, un futuro sospeso: quando mai riprenderemo una “normalità”? e quanto ne usciremo – quando ne usciremo – modificati nel profondo e irreversibilmente? Ma viviamo pure, alle spalle, un passato “interrotto”. Sono saltate le scansioni della giornata di ciascuno: il lavoro, la scuola dei ragazzi, le abitudini e le frequentazioni che formano il tessuto di quella quotidianità la quale – invisibile o mai sufficientemente valutata – pur “tiene” e “con-tiene” tutti noi. Pure il presente, infondo, “disorienta”: cosa vuol dire, nelle condizioni imposte dal lock-down, “oggi è domenica”… o persino “è Pasqua”? 
     Su un altro piano, si sono ridistribuite in modo affatto artificioso – scisso – pure le coordinate dello spazio: e tra queste, più in particolare, la ripartizione del “pieno” e del “vuoto”. Le strade sono vuote, le piazze deserte. Gli animali, ignari delle cause, sono ritornati ad occupare un mondo che ci eravamo dimenticati fosse pure il loro: ritornate le anatre, a scambiare finanche la “Barcaccia” di Piazza di Spagna per un laghetto tranquillo; ritornati i delfini a Ostia; persino i pesci dentro al Canal Grande. E d’altra parte, in un altrove “segregato” che giunge solo attraverso immagini digitali, c’è invece un “troppo pieno”, che non ce la fa più ad accogliere la quantità: gli ospedali, le corsie, le terapie intensive, le camere mortuarie, i cimiteri. 
       La quantità è sempre brutale: schiaccia l’individuo e lo atterrisce. La quantità da un lato, e, dall’altro, il vuoto, o la segregazione: i quali, resi tanto assoluti, divengono – in qualche loro senso – insostenibili amplificatori. 
      Col covid-19 sembrano – insomma – essersi separati nel mondo esterno, in un modo tanto drastico quanto traumatico, il pieno e il vuoto: i quali, necessari entrambi anche alla vita interna dell’individuo, è soltanto nel loro articolarsi che riescono a rendere viva e significativa la vita, e soprattutto possibile il desiderio, la speranza, il sentimento del divenire. Tutto sembra bloccato, come congelato, “fino a data da destinarsi”.
     Nel frattempo siamo tutti, letteralmente tutti nel pianeta, aggrappati a numeri come a “una speranza”: numeri che però non sono affatto – non in questo caso – strumenti di pensiero, ma semplici statistiche, quasi a sottolineare, a chi vuol coglierla, tutta l’attualità della nostra impotenza. Quanti morti, quanti contagiati, quante terapie intensive: quanti guariti che non sappiamo ancora per quanto tempo resteranno realmente immunizzati. L’unico contributo cosiddetto “attivo” che viene richiesto alla stragrande maggioranza dei soggetti consiste – in realtà – in un “non”: non uscire, non avvicinarti…. Il mondo bruscamente suddiviso in chi – freneticamente – “fa”, e in chi “aspetta”. 
     Per consolare chi ci vuole credere, la chiamano “una guerra”: ma non è così. Perché il nemico non è visibile e perché non c’è nessun conflitto: solo angoscia. E perché in guerra si va armati, e noi siamo – invece – completamente disarmati: nessun fucile, o farmaco, al momento. 
    Oggi c’è il covid-19, e siamo privi di risorse, forsanche collettive, così come l’infante: neppure un io – nell’adulto, “spiazzato” – per metabolizzare a sufficienza. La Hilflosigkeit, che Freud soltanto nominò, spostandosi più avanti. E che Winnicott riprese, ritornando indietro, perché è soltanto lì che si ritrovano le “catastrofi” vere, quelle che Freud pensò di non poter trattare: quel tipo di “catastrofi”, che restano senza nome e senza neppure un vissuto soggettivo (experiencing), almeno fintantoché non c’è qualcuno a raccoglierle e a condividerle, e a permetter loro di diventare biografia soggettivata, piuttosto che lasciarle torvo spettro che si replica e moltiplica in ogni direzione. 
      Persino le case private, ai tempi del covid-19, sono troppo piene; in altri casi, sono troppo vuote; di certo, piene o vuote, comunque lo sono troppo “a tempo pieno”. E sono troppo chiuse, senza poi esserlo realmente: perché l’angoscia, puoi chiudere ogni porta, assale dall’interno. Bambini e ragazzi sono attivamente “impegnati”, o forse soltanto attivamente “distratti”, dalle loro lezioni on-line, che mimano che “…tutto, comunque, prosegue”, mentre invece prosegue – se prosegue – soltanto qualche cosa, e in modo spesso artificioso. 
      Ma che cosa vuol dire essere bambini ai tempi del covid-19? ….quando non si può correre o comunque uscire, non perché c’è il “lupo”, al quale papà-cacciatore potrebbe anche sparare, ma  perché tutto è “contaminato”? …e quando la realtà più cruda – e con questa l’impotenza – si specchia pure negli sguardi dei genitori, di fatto sottraendo protezione? E che cosa vuole dire essere adolescenti, sulla soglia del domani, quando il domani appare sospeso, o comunque segnato da un’incertezza che inonda pure il mondo esterno, andando ad assommarsi ad angosce più intime e individuali? …e quando – più specificamente – si è sulla soglia dell’ “adultitudine corporea” in un momento nel quale tutti gli adulti sembrano terribilmente preoccupati, quando non direttamente segnati, dalla morte e dalla malattia? 
    Tempo e spazio, pieno e vuoto: ma non basta. Sembrano messi a dura prova, col brevissimo tempo dell’esplosione di una pandemia, gli stessi confini dell’Io di ciascuno: o i confini – per dirlo in altro modo – del “Sé corporeo”. (Sto facendo qui una sorta di crasi tra il Freud che pure scrisse “l’io è innanzi tutto un’entità corporea”, 1923, e il Winnicott che lo riprese, proprio là dove Freud aveva solo accennato, per spostarsi più “a monte” nello sviluppo dell’individuo, là dove la “corporeità-nella-relazione” diventa il precursore stesso del pensiero).  
     Lo spettro del “contagio” sembra, infatti, ricondurre proprio a questo. Il contagio non evoca una relazione: non è scelta, attrazione o ripulsa, nata da confini comunque certi. Semmai, è la beffarda evocazione di una fusione/”invasione” persecutoria e incontrollabile, di un indifferenziazione forzata e cieca che – oggi – va dal macroscopico e planetario, fino alle profondità psichiche dell’individuale. Unica difesa possibile: “non”. A fronte del “contagio”, sembrano inefficaci persino le più primitive “difese schizoparanoidi”, che contano su, e insieme vanno a costruirlo, un confine fin troppo netto e certo: “questo lo incorporo, quest’altro lo espello”. 
     Anche il pensiero, strumento cardine di un Io funzionante, ha comunque bisogno di codici e confini per funzionare: …più in là, vale a dire “più a monte”, c’è solo il sentire preverbale, l’indifferenziazione, l’angoscia primitiva. 
    ….Gli strumenti per pensare tutto questo, o quantomeno per “accostarlo” con rispetto e con condivisione, ce li ha lasciati Winnicott: che sembra ben sopravvivere, con i suoi lasciti clinici e teorici, al tempo attuale. Apparentemente, sempre più attuale lui stesso.   
      La capacità di colpa – attualmente sopraffatta dall’angoscia – spetterà, se mai, al “dopo”. Sempreché il pensiero, riorganizzandosi gradualmente, si renderà responsabile e sarà capace di riprogettare di un futuro differente per il pianeta. E sempreché, riorganizzandosi, saprà tener conto del fatto che sembra esser stata proprio la biologia – o meglio la “corporeità”, matrice primigenia di un essere umano che sembra invece sempre più teso a dissociarla – a non tollerare le accelerazioni in primo luogo, e le “artificializzazioni” in secondo, che l’uomo stesso ha imposto alla propria vita e al divenire, senza rispetto della natura, della quale pur fa parte, e della vita stessa.     




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