FONTE: SpiWeb – Società Psicoanalitica Italiana
Parole chiave: bullismo, crudeltà, adolescenza, prevenzione, scuola, istituzione, cyberbullismo
BULLISMI
La mancata elaborazione della fisiologica “crudeltà” infantile
Fabrizio Rocchetto
Il bullismo – fisico, verbale ed esclusione sociale – che presenta spesso qualità “crudeli” non rientra nella nosografia anche se può avere caratteristiche di antisocialità e violenza; viene definito come un “processo sociale universale”, un “sottoinsieme di comportamento aggressivo” (Olweus, 1999) spesso con caratteristiche inconsce (Corbet, 2013; Twemlow e Sacco, 2013). Tollerare il bullismo può contribuire a diffondere una sottocultura della sopraffazione da cui si possono sviluppare atti di grave violenza. Le ricerche evidenziano una vasta diffusione del fenomeno ma la sua natura è complessa e non sempre facilmente riconoscibile, tranne nei casi più evidenti. Forse è proprio l’aspetto subdolo e nascosto dell’atto – era solo uno scherzo! – a imporre l’attenzione sul vissuto personale di chi si sente bullizzata/o.
In SPIweb sul tema del bullismo si possono leggere in SPIpedia i contributi di Baldini (2015), De Luca e Pizzol (2015) e visionare l’interessante registrazione della Commissione parlamentare Infanzia e Adolescenza con la partecipazione della past-president Anna Maria Nicolò (Nicolò, 2019).
Il termine bullismo deriva dall’inglese bullying a sua volta collegato a bully che indica prepotenza e prevaricazione sull’altro. La ricerca sul fenomeno del bullismo ha visto in Dan Olweus uno dei primi studiosi europei: alla fine degli anni Settanta ha focalizzato la sua attività in Scandinavia (Olweus, 1997). Secondo l’Enciclopedia Treccani, bullismo significa spavalderia, arroganza, sopraffazione sui più deboli attraverso violenze fisiche o psicologiche diffuse in particolare in ambienti scolastici (treccani.it). Le modalità di prevaricazione, tuttavia, non si limitano al periodo giovanile e si estendono anche all’età adulta per ragioni di ruolo, sessuali, di razza, religione ecc. come nel mobbing (sistematici, frequenti e prolungati atti ostili e vessatori in ambito lavorativo), bossing (una forma di mobbing agita da un superiore) e nello straining (atti ostili isolati in ambito lavorativo). Il nonnismo – diffuso in ambito militare secondo meccanismi di trasmissione “generazionale” – si manifesta attraverso forme di prepotenza e d’intimidazione nei confronti delle reclute. Ha radici antiche, in un misto tra goliardia e sadismo, tra riti di iniziazione e violenza (pseudo)educativa (Sanna, 2025; Santucci, 2014).
L’ISTAT nel 2025 ha avviato un’indagine sulle discriminazioni per genere, origine etnica, religione, salute, identità di genere e orientamento sessuale (ISTAT, 2025).
Oltre alle discriminazioni per misoginia, risulta preoccupante un rapporto dell’ISTAT (indagine 2022-2023):sono 2 milioni 68 mila le donne che nel corso della loro vita lavorativa, hanno subito qualche forma di molestia o un ricatto per ottenere un lavoro e/o avere un avanzamento di carriera. Rappresentano circa il 15% delle donne tra i 15 e i 70 anni (ISTAT, 2022).
Continua a leggere l’articolo qui







