Per il benessere psicologico a scuola servono prevenzione, continuità e lavoro sul contesto
E’ STATO PUBBLICATO IL DECRETO DEL MIM RELATIVO AL PROGETTO #AscoltaMi.
TRA CRITICITÀ E POTENZIALITÀ, QUALE MODELLO DI PSICOLOGIA SCOLASTICA EMERGE?
Patrizia Formicola, referente del Gruppo Scuola SIPsIA, ci invita a riflettere sul tema.
Il progetto #AscoltaMI, sottoscritto da CNOP e MIM, riporta al centro dell’agenda pubblica il tema del benessere psicologico di studentesse e studenti. Lo consideriamo un segnale rilevante. Allo stesso tempo, crediamo che—per come è strutturato oggi—possa rappresentare un tassello ancora parziale rispetto all’obiettivo dichiarato, e che possa beneficiare di alcuni rafforzamenti.
Nella Newsletter CNOP del 17 febbraio 2026 l’accordo viene presentato in termini molto positivi, come un passo verso una maggiore presenza della psicologia nelle politiche scolastiche. Questa lettura richiama, giustamente, le acquisizioni della psicologia dello sviluppo e delle scienze psicologiche dell’educazione: relazione tra emozioni e apprendimento, formazione dei docenti, importanza del clima relazionale e delle dinamiche di gruppo, lettura della scuola come campo intersoggettivo complesso.
Nel testo dell’iniziativa, tuttavia, questi elementi non risultano esplicitati in modo operativo: non emergono interventi sul funzionamento quotidiano della scuola, sulla classe e sulle relazioni, né azioni sistematiche di formazione degli insegnanti.
#AscoltaMI si configura soprattutto come un insieme di prestazioni psicologiche individuali, erogate online tramite piattaforma e app. Intercettiamo quindi il rischio che la scuola—come contesto educativo e comunità—resti ai margini del cambiamento, anche considerando i nodi strutturali ancora aperti nella secondaria di primo e secondo grado, cioè nei segmenti a cui il progetto si rivolge, in considerazione anche delle Indicazioni della Riforma Valditara che pone l’educazione all’affettività tra gli obiettivi di apprendimento.
In sintesi, #AscoltaMI è destinato a studenti dell’ultimo anno della secondaria di primo grado e del primo biennio della secondaria di secondo grado. Prevede un voucher individuale di 250 euro, utilizzabile una sola volta nell’anno scolastico, per un pacchetto di cinque incontri individuali della durata di 60 minuti ciascuno. È, dunque, un servizio “a sportello”, circoscritto per età e per durata.
Punti di attenzione: perché una misura “a sportello” rischia di non bastare
Vorremmo partire da un punto centrale: la prevenzione del disagio scolastico non può essere pensata come un intervento “a finestra”, limitato a specifiche fasce d’età.
Vediamo il rischio che restino escluse due fasi decisive: la scuola primaria, fondamentale per l’intercettazione precoce dei segnali di difficoltà, e il triennio delle superiori, quando ragazze e ragazzi entrano nella piena adolescenza. Per questo crediamo che la prevenzione debba avere continuità lungo tutto il percorso di crescita, invece di procedere con interventi intermittenti e limitati a segmenti ristretti.
Un secondo aspetto riguarda il modo in cui viene trattato il disagio scolastico. C’è il rischio che sia interpretato soprattutto come un problema individuale, da contenere attraverso colloqui brevi. Non viene inquadrato in una dimensione di campo intersoggettivo: clima di classe, dinamiche di gruppo, relazioni educative, inclusione, rapporto scuola-famiglia, organizzazione e risorse.
Senza interventi sul campo-scuola, il rischio è una risposta privatizzante: “ti aiutiamo a reggere”, invece di provare a incidere sulle condizioni che possono generare sofferenza. Uno sbilanciamento esclusivamente individuale può ridurre la percezione di un sostegno collettivo e contestuale, alimentando vissuti di isolamento proprio in chi si vorrebbe aiutare.
Un terzo punto riguarda la sostenibilità e l’universalismo del voucher. È importante interrogarsi sulla sua sostenibilità rispetto alla platea potenziale e sulle modalità concrete di accesso. Se non ben governato, questo strumento potrebbe produrre selezione, quindi accessi diseguali, e frammentazione, con interventi brevi, discontinui e non integrati con il territorio.
La questione non è soltanto garantire una prestazione, ma costruire un sistema capace di accompagnare realmente i bisogni, in connessione con la scuola, le famiglie e i servizi territoriali.
Infine, c’è il tema del digitale. L’online può facilitare l’accesso, ma non sostituisce la presenza nella comunità scolastica e la dimensione educativa quotidiana. Inoltre, può incontrare barriere concrete: mancanza di privacy domestica, difficoltà di connessione, contesti familiari complessi o spazi non adeguati.
Per questo riteniamo che il digitale debba essere uno strumento integrativo, non sostitutivo. La scuola resta un ambiente di vita, apprendimento e relazione: è lì che molti segnali possono essere colti, che molte dinamiche possono essere comprese e che può costruirsi una risposta educativa condivisa.
Che cosa potrebbe rafforzare il progetto: da “sportello” a sistema di prevenzione
Per promuovere benessere psicologico a scuola, crediamo siano necessari:
1. Continuità lungo tutti i cicli scolastici.
2. Approccio di campo intersoggettivo (classe, gruppo, clima relazionale).
3. Presenza integrata a scuola di professionisti adeguatamente formati e con confini di ruolo chiari.
4. Prevenzione primaria: educazione all’affettività, competenze socio-relazionali, formazione degli adulti (docenti e genitori).
5. Reti territoriali per invio e continuità di cura quando serve, evitando interventi “a intermittenza”.
Conclusione
#AscoltaMI può essere un primo segnale e, per alcuni ragazzi, un primo aggancio.
Crediamo però che, da solo, faccia fatica a sostenere l’ambizione di “promuovere benessere psicologico nelle scuole” se questa espressione non viene accompagnata da interventi strutturali. Senza continuità, senza copertura delle fasce chiave dell’età evolutiva e senza un lavoro sul contesto, vediamo il rischio di una risposta individuale e temporanea a un problema spesso anche relazionale e istituzionale.
Come SIPsIA riteniamo prioritaria una politica pubblica di prevenzione strutturale, capace di garantire stabilità, integrazione ed equità di accesso. In questa prospettiva, proponiamo che il CNOP valuti l’opportunità di coinvolgere le società scientifiche di Psicologia dello Sviluppo nel tavolo di concerto con il MIM, così da orientare l’intervento verso una lettura della scuola come campo intersoggettivo complesso e verso pratiche affidate a professionisti adeguatamente formati.
Infine, segnaliamo un ulteriore punto di attenzione sul versante professionale: la procedura di individuazione degli psicologi su scala nazionale (adesione tramite Area Riservata e autodichiarazione dei requisiti, con verifiche a campione) potrebbe risultare poco sostenibile nella pratica e vediamo il rischio che generi aspettative lavorative non pienamente coerenti con la natura sperimentale dell’iniziativa e con le risorse effettivamente disponibili.







