Monsters&Co

La creatività e il divertimento di questo cartone animato non vengono mai meno e arrivano ai titoli di coda. Al termine, infatti, vengono inserite le scene di backstage e quelle scartate, come nei film con gli attori, e il capolavoro è la scritta finale: ‘Nessun mostro si è fatto male nel girare questo film’….
Per i bambini questo cartone animato contiene un messaggio speciale: ‘Guardate, bambini! I mostri sono spaventati dai bambini più di quanto voi siete spaventati da loro…’. Insomma, tutti siamo spaventati da ciò che non conosciamo: se ci diamo il tempo e il modo di vedere come stanno davvero le cose, forse non c’è bisogno di avere tanta paura… Fanno paura le cose senza nome: Mike si preoccupa molto quando Sulley dà un nome a Boo: ‘Quando dài il nome ad una cosa, ti ci affezioni..’.
Nella sua leggerezza il cartone dà anche qualche suggerimento interessante: p.e., che l’allegria e le risate sono una forza propulsiva molto maggiore del terrore e del pianto…Non potrebbe valere la pena di tenerne conto quando si è alle prese con qualche difficoltà educativa?
La psicoanalisi ci aiuta a mettere in funzione la mente (intendendo con ciò la capacità di pensare e, insieme, di sentire) per dare voce a ciò che, per immaturità fisiologica o per malattia, non può essere pensato. Il tema delle paure infantili è complesso ma questo cartone offre qualche spunto interessante per pensare.

 

Torniamo, dunque, ai ‘mostri’.
Prima di tutto, è opportuno delimitare il campo. Esistono mostri reali, purtroppo. Sono tutti quegli adulti che, con azioni violente o abusanti, interrompono il normale percorso di crescita di un individuo in età evolutiva. Il confronto con eventi del genere può attivare, nelle vittime, la necessità di dare fondo alle proprie risorse e di riorganizzare il proprio mondo interno, spesso con esiti catastrofici (annientamento di parti vitali del sé, blocchi emotivo-affettivi, sino a sintomatologie coattive o addirittura sviluppo di perversioni…).
Ma, sullo stimolo del cartone animato, limiterei il discorso alla cosiddetta normalità, cioè ad aspetti che – in modo pressoché universale – si riscontrano in ogni percorso di crescita.
Oggi è piuttosto diffusa la teoria del genitore perfetto che, di conseguenza, ha figli perfetti: ogni problema dei figli viene considerato come un fallimento dei genitori e, pertanto, una ferita al loro narcisismo. Questa posizione rischia di dimenticare un concetto molto semplice: un percorso di crescita non è mai lineare e continuo ma procede per ‘crisi’. E le crisi hanno bisogno di essere affrontate, elaborate e superate in modo individuale, originale, personale insomma.
Tutti i bambini hanno paura. Anzi, potremmo dire, come ci suggerisce anche Monsters&Co, che ogni bambino ha il suo mostro. Boo, nel cartone, è terrorizzata da Randall (il geco camaleontico in grado di mimetizzarsi e di spostarsi così velocemente da diventare invisibile) non appena lo vede e in qualsiasi atteggiamento si presenta, ma non ha alcun timore di Sulley – lo ‘spaventatore’ più quotato dell’azienda – del quale coglie solo le qualità morbide e colorate che glielo fanno subito chiamare ‘gatto’.

Propongo, allora, di cercare di comprendere la paura di un bambino a partire dalla sua origine che risiede per lo più nel mondo interno.
Operando una distinzione tra mondo esterno e mondo interno, si disegna una delimitazione fittizia, utile solo a scopo esplicativo e teorico. Nell’esperienza di ciascun individuo questa differenza a volte è molto sfumata e il rapporto tra i due aspetti è continuo e reciproco: il mondo esterno influenza fortemente la costruzione del mondo interno di un bambino e, reciprocamente, il mondo interno può segnare la qualità esperienziale di quello stesso bambino.
Perché, allora, fare questa scelta di campo, cioè dichiarare di volere prendere in considerazione le paure infantili come espressioni del mondo interno? In primo luogo perché, come ho già detto, voglio sottolineare la normalità della paura nei bambini. In secondo luogo, perché questa delimitazione permette di farsi delle domande e azzardare delle risposte nel campo specifico. Che cosa significa dire che una paura è normale? Significa che non bisogna darle peso e che gli adulti debbano sminuirle? No, evidentemente. Non dobbiamo dimenticare mai che un bambino cresce tanto meglio quanto più sente di poter contare sul supporto di cui ha bisogno. È vero che le paure fanno parte del normale processo di crescita, anzi, potremmo considerarle ‘l’altra faccia della medaglia’. Ma non vanno sottovalutate, sono anche l’espressione di una richiesta di aiuto da parte del bambino e, in quanto tali, vanno ascoltate, comprese ma anche rispettate. Di conseguenza, non bisogna avere fretta di eliminarle ma è necessario tollerare che il bambino possa conservarle fino a che non sia in grado di superarle con le sue risorse, rispettando quindi i suoi tempi elaborativi. Questo significa che l’adulto deve cercare di accompagnare il bambino nel suo silenzioso processo di traduzione e significazione delle paure che, gradatamente, le farà impallidire e, per lo più, scomparire e dimenticare.
In Boo vediamo che la paura del mostro scompare quando il legame con Sulley è saldo (cioè, quando sa di poter contare su un rapporto stabile con una figura di riferimento) e il mostro Randall perde il legame con il mondo interno di Boo (cioè, con le sue fantasie e le sue angosce ancora non esprimibili), diventando esclusivamente un pericolo reale che minaccia l’oggetto del suo affetto. Boo allora reagisce, diventa forte, lo sconfigge per sempre.
Le variabili sono moltissime, le peculiarità individuali molteplici ma, se partiamo dalla considerazione che questo sia un processo normale, forse non è proprio opportuno addentrarsi oltre, nella presunzione di una comprensione totale. Nelle paure, come nelle fantasie, come nei sogni, c’è anche qualcosa di peculiare e intimo di ciascuno che bisogna rispettare, senza volere capire tutto.

Che cosa è la paura? Non è un elemento reale, è più un tentativo di dare forma a qualcosa che forma non ha, a qualcosa di ‘inconscio’. Emerge, dunque, dal mondo interno, è un tentativo di rappresentare quello che di sé il bambino non conosce e rappresenta una minaccia perché contrasta con sentimenti di bontà e accettazione sia di sé che dell’altro.
Ma da dove arriva la paura, quali possono esserne gli elementi originari, prototipici? Spostandoci su un livello più arcaico, mi chiedo se la paura, come reazione allo sconosciuto, all’altro da sé (vedi, ad esempio, la fisiologica ansia dell’estraneo degli 8 mesi, collegata alla distinzione più precisa che il bambino diventa in grado di fare tra sé e l’altro) non trovi le sue basi nelle esperienze di rottura della continuità dell’essere. Faccio qui riferimento ad un concetto specificamente winnicottiano, quello della continuità dell’essere. Questa è la definizione riportata dal testo di Jan Abram, Il linguaggio di Winnicott. “Si può descrivere la continuità dell’essere come uno stato o un modo di sentire che emerge dall’esperienza soggettiva del bambino di essere fuso con una madre sufficientemente buona.”. Senza volere in questa sede approfondire più di tanto concetti come questo che, pur apparentemente semplici, si intrecciano in una teoria molto articolata, vi ricordo solo che l’esperienza di questa continuità, per Winnicott, pone le basi per il costituirsi del vero Sé, quindi dell’autenticità e della creatività dell’individuo. Le rotture in questa continuità costringono il bambino a reagire, costituiscono delle pressioni (impingments) che imprimono troppo precocemente una forma definita alla persona, che si costituirà secondo queste pressioni esterne anziché secondo la sua specifica e originale costituzione interna e secondo il suo ritmo di sviluppo.
Sarebbe troppo azzardato pensare che queste interruzioni possano costituire una traccia interna sulla quale si sviluppa l’esperienza successiva della paura? In questo senso la paura troverebbe, dunque, origine in un confronto con qualcosa che è incomprensibile perché, soprattutto, risulta prematuro e inaspettato.
Questa riflessione mi ha evocato l’immagine del movimento automatico del neonato che, alcune volte, in risposta ad un cambiamento di posizione troppo veloce o a un movimento brusco, allarga le braccia come se si sentisse precipitare….

Volendo tentare una definizione ancora più precisa della paura, forse si potrebbe utilizzare un modello di trauma nel quale la qualità traumatica di un avvenimento risulta dall’intreccio di diversi fattori (livello di sviluppo interno, forza dell’Io, intensità del trauma ecc.). Mi chiedo se non potremmo pensare che lo sviluppo del mondo interno del bambino (che per lungo tempo resta una costruzione un po’ disarmonica e sproporzionata nelle sue varie parti) dipenda dall’equilibrio di alcuni fattori (p.e. fiducia negli oggetti d’amore primari, forza degli impulsi, qualità del sostegno ambientale, ecc.) che a volte procedono armonicamente equilibrati e a volte possono ‘sbilanciarsi’ dando luogo a ‘momenti di squilibrio’. Le paure sono la manifestazione di momenti del genere e derivano indifferentemente da un insufficiente/eccessivo apporto di una delle aree proposte (p.e. impulsività eccessiva che mette il bambino in conflitto con l’ambiente e lo fa sentire ‘cattivo’, momenti critici nel rapporto con le figure di riferimento i cui aspetti negativi divengono intollerabili e devono essere proiettati sull’esterno, particolare fragilità delle cure ambientali che fanno sentire il bambino scoperto, attaccabile, inerme..).
È anche per questi motivi che potremmo sostenere che ognuno ha il suo mostro. Per esempio, quale è il mostro di Boo? Non Sulley, che lei chiama ‘gatto’ per il pellicciotto folto che la rassicura, ma Randall che è viscido, insinuante e soprattutto imprevedibile. Non si capisce mai dove sta, scompare e poi te lo ritrovi improvvisamente alle spalle, è pericoloso perché si nasconde, sembra inafferrabile… 
Per continuare a giocare, ho provato a immaginare quali potrebbero essere le qualità della coppia genitoriale di Boo. Io ho immaginato due genitori teneri, attenti, affettuosi, presenti che poi, ogni tanto, in modo imprevedibile per Boo, diventano lontani, freddi, scivolosi magari perché distolgono il loro sguardo e sono presi da altro… Persino Sulley, d’altronde, proprio il suo ‘gatto!’, che la coccola e la protegge, in un momento si trasforma all’improvviso (quando diventa cattivo per difenderla) e Boo si spaventa, non riconosce ‘gatto’, è persa…
Ma come si fa a comprendere quando una paura è normale o diviene espressione, sintomo, o patologia? Mi sembra evidente come la linea di confine sia spesso incerta. I fattori in gioco sono innumerevoli e, come sempre quando si tratta di individui in età evolutiva, è opportuno avere uno sguardo ‘panoramico’ che prenda in considerazione tutte le aree dello sviluppo. Naturalmente, una valutazione corretta è possibile solo dopo un approfondimento specifico e, eventualmente, specialistico. Ma ascolto e rispetto del ritmo dello sviluppo individuale sono ingredienti fondamentali.

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